Per comprendere appieno questa poesiola occorre aver presente la differenza tra anima e mente, quale spiegata durante i vari laboratori e corsi di filosofia palascianiana.
Io mi appello a quei pochi
la cui mente ha in sé luce
tal che un campo produce
di iridescenti fuochi.
Tra l’una e l’altra è un mare
atro di gente ’e mmerda
che è meglio che si perda
se io e id non sa accordare,
se le sue meglio cose
sono i cazzi e le fregne,
se idee non ha mai degne
di eternarsi radiose.
Porci ebbri, volpi scaltre,
lupi ad agnus tra i denti:
non mi rivolgo a menti
siffatte, ma a ben altre.
Voi che per cristallina
nóesis noscete il Fondo
della realtà, cui il mondo
hýleo è crosta velina.
Tradurre Ciò in parole
esatte non potete.
Nessuno può. Ma avete
questo raggio di sole:
siete inconscio-coscienti
che ha ciccia il solo pneuma,
l’atomo è un puro neuma
e tuttu u munnu è nenti
a petto dell’eterno
Pensiero che lo crea.
Non un dio, né una dea,
ma il nostro Sé più interno.
Piú grandi dentro siamo,
come un TARDIS, infatti.
A mo’ di tesseratti
l’hic e il nunc trascendiamo.
Se usate pensar ciò,
be’, la vostra episteme
non è delle piú sceme;
per sempre vi amerò.
Offro a voi la mia vita,
a quegli altri scorregge.
Rabbia piú amor mi regge,
pil voltaica infinita.
Ma ogni Anima, ad astrarla
dal gioco materiale,
si svela a ogni altra uguale.
Di chi mal pensa e parla,
finché sarò vivente
potrò dir peste e corna;
ma appena si ritorna
senza corpo né mente,
non ha piú senso alcuno
trattare di sé in termini
di angeli contro vèrmini,
l’Essere essendo uno.
Là, in noi ripristinata
l’onni- potenza e scienza
di cui si stava senza
durante la giocata,
tutto sarà iperchiaro
tanto a chi è or gente ’e niente
quanto a chi ci ha una mente
che splende come un faro.
No, questo non vuol dire
ca mò v’avite ’a accidere:
nun me facite ridere,
bestie gnurante nire!
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