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martedì 1 maggio 2012

Sei sonetti barocchi per le nozze di Giuseppe Bellone e Maria Teresa Lanza

Pubblico qui il giocoso epitalamio che, su gentile richiesta – che molto mi ha onorato – degli sposi, ho scritto nei giorni scorsi e quindi declamato durante il loro banchetto nuziale, a Palazzo Lanza, la sera del 28 aprile 2012. Forma: sei sonetti ABBA ABBA CDC DEE, in stile démodé (tra Giambattista Marino e l'Arcadia). I primi due sono stati composti la sera del 25 aprile; il III e il IV la sera del 26; gli ultimi due in fretta e furia il giorno stesso delle nozze, in un'ora e mezza, sùbito prima di recarmi al banchetto (dopo aver perso la maggior parte del pomeriggio, a causa d'una visita inaspettata, a ricacciare il diavolo nell'inferno*). Il progetto originario prevedeva un'articolazione in almeno sette sonetti; tra gli argomenti tagliati, un accenno di trasposizione del mito di Filemone e Bauci dalla Frigia a Capua e, a chiusa, l'insana promessa d'intraprendere all'indomani la composizione d'un intero poema tipo Furioso ariostesco, a eterna gloria stavolta non degli Estensi ma della stirpe dei Lanza-Bellone.


Lancio del riso alle nozze di Giuseppe Bellone e Maria Teresa Lanza.
Chiesa dei santi Rufo e Carponio, Capua, 28 aprile 2012.


Marco Palasciano

Sei sonetti barocchi per le nozze
di Giuseppe Bellone e Maria Teresa Lanza


I

O Muse, mie cugine e coinquiline!
lo so, lo so che è frivolo e oggi alquanto
fuor di costume il genere di canto
– l’epitalamio – che oso alle divine

vostre grazie, genía di Mnemosíne,
chiedere d’ispirarmi. Pur, fintanto
che mio sarà del cuor piú puro il vanto
tra i poeti campani, io so che infine

ai prieghi miei voi sempre liete e leste
risponderete. Ed oggi piú che mai,
trovandoci alla festa delle feste:

dopo vent’anni ormai di dài e dài,
oggi sotto ogni piú benigna stella
si è congiunto il Bellon con la sua Bella.


II

Però non basta il placet delle Muse,
amici umani, a che la mente mia
trovi d’ogni arte la diritta via
anziché perder sé tra idee confuse.

Senza cateti niente ipotenuse.
Senza un cerchio d’amor niente poesia.
Sempre è question di cuore e geometria,
mai di ritegno o di accidiose scuse.

Ben lo seppe Giuseppe quand’io, intento
alla drammaturgia dei suoi Percorsi
della Memoria, procedevo a stento

per la melanconïa in cüi incorsi
in quei giorni a me avari di dulcedini
sí che flosce pendevano le redini.


III

E ognun dovette empirmi d’attenzioni
– ricorderai pur tu, Maria Teresa –
fin ch’ebbi completata la mia impresa
e iniziaron le rappresentazioni.

Le quali da sei anni e tre stagioni
si tengono or per strada ed ora in chiesa,
quando non in castello; e piú è ripresa
la pièce, piú a tutti scendono i coglioni,

temo… Però, mia cara, e tu, mio caro,
questo è già un bell’esempio, che ai capuani
demmo, di come Capua esser può un faro

d’arte e cultura (anche se è un po’ per cani
e porci quel mio testo); ed ha gran parte
Palazzo Lanza in tal cultura ed arte.


IV

E s’io tra Guida e Ex Libris ben mi trovo,
è per l’amor che qua voi due spandete
come la cornucopia le monete.
Qua ogni alato è felice di far l’uovo.

Voi deste inizio ad un periodo nuovo
per quest’egra città, cui un’aurea rete
tesseste intorno d’anime replete
d’ogni ingegno e virtú. Io mi commuovo:

tra la muffa e la cenere di Capua
voi fate rifiorire tali gigli,
che chi emigrar nell’isola di Papua

voleva ci ripensa. E i vostri figli,
infin, della Campania del futuro
faranno un paradiso di sicuro.


V

Quanto a vostre virtú, potenze ed atti
altro da dir non ho, ché il resto è noto.
E oggi che pronunciaste il vostro voto
nuziale, onde siam tutti satisfatti,

come mancare io avrei potuto? Infatti,
a parte la mia assenza dalle foto,
lo sgabello del pianoforte vuoto
e niuno a declamar dei versi adatti,

sarebbe stato perder l’occasione
di dirvi in tal momento, il piú importante,
quanto sia grande non l’affettazione

ma l’affetto ch’ò per voi due, garante
il fatto che ho rischiato di mancare
e l’idea mi faceva disperare.


VI

Costretto infatti a sceglier tra le attese
vostre nozze ed il gran completamento
d’un mio percorso di risanamento
che vo compiendo ormai da qualche mese,

in cui tante energie finora ho spese,
reso conto mi son che quel che sento
per voi non è da poco, o il mio tormento
avrebbe avuto fiamme meno accese.

Poi volle il cielo far mutar le date:
e, o gioia!, eccomi a voi. Ma aver dovuto
riflettere su quel che voi mi date

è stato – e chiudo qui – come un imbuto
che in cor, qual dolce vino, versi un mare
d’amore. E non rimane che brindare.


Cortile parato a festa per le nozze di Giuseppe Bellone e Maria Teresa Lanza.
Palazzo Lanza, Capua, 28 aprile 2012.

2 commenti:

anfiosso ha detto...

La collocazione tra GBM e Arcadia faceva inorridire; fortuna che alla fin fine sono solo palascianeschi (a partire dalle inarcature, per niente idiomatiche delle temperie di pseudoriferimento). Sono certo siano stati graditissimi.

Marco Palasciano ha detto...

In effetti quanto a inarcature siamo già dalle pardi di Leoparti...