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venerdì 21 ottobre 2011

Introduzione a una lectura Dantis

Palasciano, Palazzo Lanza, 2003.
Il testo bipartito che qui segue fu da me abborracciato il 22 e 23 gennaio 2003, tra una seduta in bagno e una seduta dal parrucchiere, per usarlo come introduzione alla lectura Dantis in diciotto puntate che si sarebbe tenuta quell'inverno-primavera a Palazzo Lanza (con tanto d'assoli per fagotto da me composti, settimana per settimana, ed eseguiti da Guido Mandaglio).

Mandaglio, Palazzo Lanza, 2003.
Domenica scorsa, 16 ottobre 2011, ho riciclato tale testo rendendolo parte d'un più ampio discorso su Dante facente parte, a sua volta, della lezione-spettacolo Viaggio al fondo dell'universo: dall'inferno di Dante al pianeta Abisso e fuga. Input e output poetici agli albori della nostra Ruota, terza puntata del seminario De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni.


APPUNTI SCRITTI IN BAGNO

Dante ha bisogno d’una guida, per purificarsi. Non è cosa troppo cattofascista? L’individuo dovrebbe seguire sé stesso e basta, dice Krishnamurti.

Ma qui, per guida, s’intende probabilmente la memoria, la conoscenza degli uomini del passato, di quanto fecero nel bene e nel male. Una carrellata universale al termine della quale si avrebbero certo le idee piú chiare, ci si sarà purificati. Alta pedagogia che Dante voleva fosse di tutti (da qui l’uso del volgare). Infine, la cultura è l’arma da prendere contro il mare di guai che ribolle in noi, contro la «lupa» [Inf I 49], la pelle lupesca che ci è addosso, a mo’ di «falsa vacca» [Inf XII 13] di Pasifae, e di cui dobbiamo liberarci a colpi di lama.

Una pelle di lupa che è anche una crosta di fango, sporcizia divenuta terracotta, pietra. Si è lasciato che si posasse quella polvere su di noi, che si accumulasse, si incrostasse. Si era distratti, si guardava ad altro, si trascurava il sé. «O insensata cura de’ mortali…!» [Par XI 1].

Ecco, la Commedia focalizza la nostra attenzione lungi da «iura», «sofismi», e altri «difettivi sillogismi», per mostrarci la sua arte bellissima: ed è questa a educarci, infine, e non tanto il contenuto dell’opera, troppo cattolico per dirsi universale, troppo medievale per dirsi eterno. Universale ed eterna è, invece, la Commedia in quanto opera d’arte […].


APPUNTI SCRITTI DAL BARBIERE

Bisogna distinguere due tipi di selva: c’è la selva iniziatica, dove l’adolescente, nelle società primitive, viene lasciato da solo affinché impari a conoscere la complessità della natura, e la naturalità dell’essere complessi. La selva come specchio dell’anima, come strumento di autoriconoscimento, come diapason per accordare sé stessi all’orchestra dell’essere. Per infine ritornare al villaggio cambiàti, pronti per la vita adulta, alla gestione del labirinto della vita.

Da Tetsuo di Shinya Tsukamoto, 1989.
A parte questo tipo di selva, c’è l’altro: non teatro di autenticità, ma di sofisticazione; dove la complessità è senza ragione; il labirinto costruito dall’uomo che si allontana da sé stesso, che si perde dietro alle suggestioni dell’inautentico, dell’alienato. I falsi bisogni, gli inganni del potere, dei dogmi, di ogni follia istituzionalizzata. Tutto un gioco di specchi che però non ha nulla a che vedere con lo specchio limpido e vero rappresentato dalla prima selva, la natura maestra. Qui non ci sono maestri, ma solo mostri. Questa selva è il labirinto senza uscita in cui si ritrova, per esempio, l’uomo medio della nostra epoca allorché, distratto com’è, si lascia raggirare dagli spacciatori di verità assolute.

Un labirinto che, a cercare di risolverlo, si impazzisce: perché non è risolvibile. L’unica è spezzare le mura o, se la potenza del desiderio di liberazione è tale da superare i freni e le zavorre dei paralogismi incrostati, andarsene via a volo, scoprendo la terza dimensione.

E, una volta uscito dalla selva-labirinto della quotidianità alienata, l’uomo può finalmente entrare nell’altra selva, l’iniziatica, nella quale prima non era mai entrato, dal che la sua immaturità.

Tornando a Dante, la sua «selva oscura» cos’è? iniziatica o alienata? O addirittura ambedue? Alienata, poiché vi si è smarrito per errore, e non riconosce piú sé stesso; iniziatica, poiché attraverso essa e tutto ciò che la selva contiene (poiché inferno, purgatorio e paradiso, infine, si possono considerare tutti contenuti nella selva, cosí come tutto ciò che accade a Polifilo nel suo viaggio è contenuto nel suo sogno – e selva e sogno sono in fondo la stessa cosa: la metafora di una distrazione dal mondo solito, un allontanarsi dal mondo e ritrovarsi soli con sé stessi, dentro il mondo interiore che prima si era trascurato – e quindi, piú che una distrazione, una riconcentrazione, un concentramento), dicevo, attraverso la selva e i regni che essa contiene, Dante ritrova sé stesso e si purifica di ogni alienazione, avendole messe a fuoco una per una e avendo analogamente esperito le virtú contrarie.

Insomma la «selva oscura», e i regni che le seguono, sono, in uno, il male e il suo rimedio. In tal senso Dante è un omeopata dello spirito.

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