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mercoledì 7 dicembre 2011

L'interpretazione (teatrale, questa volta) del mondo

Scene da Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico), decima lezione-spettacolo – qui il riassunto d'essa – del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni. Palazzo Fazio, Capua, 5 dicembre 2011. Foto di Carolina Pragliola.

Il mirino di Amleto.
Una guardia parla a Orazio delle apparizioni dello spettro.
Gli stessi di fronte allo spettro riapparso.
Orazio decide che occorre informare Amleto delle apparizioni.
Polonio espone al re la sua teoria circa la pazzia di Amleto.
Amleto pronto a sparare al re.
Il re in preghiera.
Polonio chiama aiuto vedendo la regina aggredita.
Polonio morente: «Qualis artifex pereo!».
Amleto uccide il re.

martedì 18 ottobre 2011

Uno spot in versi di Silvia Tessitore e un mio sonetto a commento

Lamentavo ieri, via Facebook, la scarsa affluenza di persone fisiche (vedi qui) alla terza puntata di De natura mundi; e stamattina Silvia Tessitore, in sua bacheca, non solo ha condiviso il link al programma del seminario, ma l'ha accompagnato colla graziosa stanza in endecasillabi e settenari che segue.
Mi giunge voce che lo Palasciano
– per troppi versi un genio,
indi per sua natura un incompreso –
minaccia lo supremo sacrificio
se le sue prolusioni van deserte.
Orsú, Caserta cólta,
lèvati dai tuoi ozi e vagli incontro,
ché De natura mundi è il suo sudore,
la tempra dei suoi nervi e del suo ingegno.
Vorresti maï tu pagargli in pegno
lo scrupol d’un’assenza indifferente?
Silvia Tessitore.

Grato e onorato, ho ratto commentato:
Son qui già pronto con la corda al collo,
la Tessitor non mente; alta è la trave,
tremante lo sgabello, ahi genti prave
che non faceste lo sperato affollo!

Ma ancor si può mutare protocollo,
nel senso opposto può girar la chiave,
in dolce canto volger l’urlo grave,
chi muor d’inedia vivere satollo.

Sorreggimi, o Caserta! Nulla vendo,
tutto è gratis; né sai che perdi, bada!
Perciò non fare come chi vedendo

pencolare un macigno lascia cada,
per strafottenza, e ch’esso con orrendo
fracasso scassi sé nonché la strada.

mercoledì 12 ottobre 2011

La natura di «De natura mundi»

A chi, letto il programma di De natura mundi, gentile oggi diceva «Non capisco: è filosofia o comicità o ambedue?», ho risposto – e qui, ché mi par utile, riporto – improvvisando lesto questo testo.

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Se ella ha presente la divina Commedia, non ho da farle altri esempi per spiegare la natura di De natura mundi: la filosofia deve toccare tutti gli argomenti, si sa, dai più alti ai più bassi. E destino di questi ultimi, tra l’altro, è essere oggetto d’ironia, più o meno feroce: ond’ecco la «comicità» che giustamente ella notava – in particolare quando ci si riferisca , per es.,
● alla «poesia mediocre» da cui «Apollo» deve salvarci, e in generale ai cattivi scrittori nonché attori («Te lo do io il laboratorio…»);

● o al(l’a me ormai invisissimo*) postmodernismo, massime quello dei nichilisti e dei dissacratori alla cieca, i cui discorsi sono spesso purissima aria fritta (vedi l’esperimento di Alan Sokal del 1996...), da me qui scimmiottata già tramite un titolo come Dall’estetica trascendentale all’anestetica trash-and-antani: mio Dior, come sono caduta in vascio!;

● o a Radio Maria, e al paraocchismo religioso tutto.
Per il resto vi sono cose altissime, dove l’ironia diminuisce e aumenta la poesia, e nelle quali metto tutto me stesso. C’è tutto il mio sistema di valori, maturato in una vita; ci sono i miei sforzi nelle arti, e sanno gli spettatori quanto non sono vani, né merdosi; c’è la meravigliosa sinergia di classicismo e futurismo; c’è l’enciclopedismo, la maieutica, l’amore universale non per dire; c’è il superamento, non l’esorcismo, del timore della morte; c’è il più sano divertimento; c’è anche la restituzione (se a qualcuno interessi) di “Cristo” alla sua umanità, indizio chiave il teatro; c’è la confisca al cristianesimo d’ogni pretesa di primato amoroso-messaggistico, considerata la natura fondamentalmente buona della nostra specie – ultimi studi** docent –, altro che macchie di peccato originale da stinger col battesimo; c’è la forma più sana d’antropocentrismo, premessa necessaria allo sviluppo del «nuovo Rinascimento» o quel che sia (e Astrea è già tornata, l’han colta gli astronauti dell’Apollo, sta solo aspettando in un appartamentino l’ora d’andare alla gran festa); c’è tutto quello in cui credo, e che volgo in pratica quotidianamente; c’è il mondo, insomma, visto attraverso gli occhi di un genio: genio, per giunta, d’umiltà immensa. Che può di più volersi? è pure gratis. :D

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* Di antipostmodernismo pure tratta un recente articolo dell'amico e sodal Daniele Ventre: La miseria della postfilosofia.

** Vedi per es. Robert Frank, Passions Within Reason: Tre Strategic Role of the Emotions, W.W. Norton, New York, 1991 (cit. a pag. 121 di Mark Buchanan, L'atomo sociale. Il comportamento umano e le leggi della fisica, trad. Massimo Parizzi, Mondadori, Milano, 2008).

martedì 20 settembre 2011

S'i' fossi poeta cangerei 'l mondo. Una serata tra poesia e utopia

Torno in scena. Sabato 24, nel bel cortile di Palazzo Lanza. L'evento, il cui sottotitolo è (e ho detto tutto) Una serata tra poesia e utopia, è intitolato S'i' fossi poeta cangerei 'l mondo, con ovvio riferimento ai poets for change (qui il sito) e, contemporaneamente, al celeberrimo dei sonetti di Cecco Angiolieri, «S'i' fosse foco arderei 'l mondo».
(S'è vòlto il trecentoso «fosse» in «fossi»
per ridur la vertigine ermeneutica
dell'occhiator di manifesti medio.)
Torno in scena. E con me Luca Iavarone, col quale nel 2008-2009 cocondussi (sic) Siamo tutti poeti laureati, storico e meraviglioso live show di Radio di Massa, del quale troverete qui i link a tutte le registrazioni disponibili.

Torniamo in scena. E con noi Daniele Ventre, onusto dei trionfi di sua Iliade (vedi qui e qui), e altri amici ancóra; vedi locandina qui sotto (cliccare per ingrandire).
Poi vi racconteremo,
s'ea andrà, come fia andata.
Aggiornamento: le location son poi cresciute
a circa settecento.

sabato 23 luglio 2011

Discorso da me tenuto ieri a Palazzo Lanza a introduzione di «Genesis Wunderkammer»

Signore e signori, innanzitutto grazie per la vostra venuta; grazie, tante nella misura in cui fu lungo e accidentato il vostro viaggio; del che speriamo di potervi dare consolazione con la nostra arte, per quanto essa sia umile e fallibile.

Pure ringraziamo la libreria che ci ospita; i cui titolari, e titolati, con noi dell’Accademia Palasciania sempre furono cortesi, anche oltre il mero rispetto dovuto al mio merito, giacché in loro l’affetto sopravanza l’affettazione; il che non è da tutti i capuani; e il che io conto di ricambiare, tra l’altro, col mettere in opera – o prima o poi – la tanto vagheggiata da Giuseppe Bellone scuola palascianiana di poesia, qui a Palazzo Lanza.

Ma ora, senza por altro in mezzo (giacché i fotografi di cui qui proietteremo le opere non desiderano essere presentati, e io non ho bisogno di presentazioni), spieghiamo in breve l’evento Genesis Wunderkammer: da Adamo ad Amleto tra astratto e concreto.

Marco Palasciano in Genesis Wunderkammer. Foto di Alessandro Calamo.

Questa sala sta per trasformarsi in una neobarocca «camera delle meraviglie», sia pur virtuale, e nello scenario d’uno spettacolo ibrido dove le immagini fotografiche fanno da sfondo e motivo ispiratore al teatro di parola.

Finanche parola divina (o presunta tale): nell’atto I, infatti, declamerò passi dal biblico Genesi, qua e là contaminati da altri materiali testuali, tra cui quel mio ormai famoso e da tanti amato sonetto sull’infinità dell’universo, e un passo da Baudelaire che vi lascio il divertimento di riconoscere da voi.

Nel contempo, sullo schermo si susseguiranno le immagini elaborate da Salvatore De Maio, astratte, quasi «fotografie di pensieri», o reperti medianici… che egli vi invita – se vi va – a reinterpretare, specchiando in essi il vostro animo, per magari inserire dentro un’urna – piú tardi – le intuizioni rispettive, su foglietti, nel caso di un dibattito post show. O anche solo nell’urna del vostro cuore.

Come sopra.

Intanto, dopo l’atto I – e dopo un intervallo musicale con Antonio Faenza alla chitarra – nell’atto II declamerò passi dalla commedia Un Amleto di ritagli e di pezze, una mia vecchia riscrittura dell’Amleto di Shakespeare, integrati stasera – per esigenze legatorie – da un paio di frammenti di Shakespeare puro e da un frammento di Dante (dove Ecuba, regina di Troia, è detta «cattiva» non per cattiveria ma perché prigioniera dei greci, giacché in latino captivus vuol dire prigioniero, come sapete).

E mentre io starò interpretando il principe Amleto (e un po’ anche lo Spettro di suo padre, un lector Dantis, il ministro Polonio e sua figlia Ofelia Coppelia), sullo schermo si susseguiranno le immagini concrete opera di Antonio Calamo e Vincenzo Pagliuca, tratte da un volume di cui sono coautori con Luigi Esposito: The Ghost Museum, edito dal DISCIZIA e dedicato ai locali della facoltà di Medicina Veterinaria (dove tra l’altro, quasi due secoli or sono, conseguí una delle sue tre lauree Ferdinando Palasciano) dell’Università di Napoli “Federico II”.

Locali abitati da meravigliosi quanto polverulenti reperti che – per l’incuria dell’uomo che pure li creò (o demiurgò, se tolti alla natura) – anziché venire collocati nelle ialine teche d’una Wunderkammer giacciono abbandonati alla deriva nel mare dell’oblio.

Come sopra, con l'aggiunta di un calzino verde a fare da serpente dell'Eden.

Andiamo a incominciare. Prima però va detto che nel Genesi – che in ebraico è detto Bereshit, che vuol dire «In principio» – il racconto della creazione di Adamo è doppio, trattandosi di due diverse versioni; conclusasi la prima delle quali ne inizia un’altra, e Dio – che avevamo già visto avviarsi a riposare il settimo giorno – impasta il fango, ne fa l’uomo, gli leva una costola, ne fa la donna…

Quella parte io qui l’ho saltata, andando direttamente alla storia dell’Albero della Conoscenza. Già che c’ero, ho anche cancellato la parte in cui Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e si coprono i sessi con le foglie, sostituendola con una battuta tolta dal film Il mago di Oz, e cioè le parole pronunciate dallo Spaventapasseri allorché il Mago gli conferisce il cervello sotto le specie d’un diploma universitario: «La somma dei quadrati costruiti» ecc.

Quanto al serpente tentatore, va altresí detto, esso non è il Diavolo, contrariamente a come poi esegetato nella tradizione cristiana, ma un serpente e basta. Con esso si alludeva alla ofiolatria dei cananei, per i quali il serpente era animale sacro, legato al culto della fertilità; culto da cui anche molti ebrei erano attratti; e fu per contrastare questo che i loro capi politico-religiosi introdussero nel Bereshit la storia della cacciata dal giardino dell’Eden. Quanto al popolo cananeo, per inciso, fu infine sterminato nel nome del Signore.

Signore si diceva Adonai; da cui il calembour che udrete a un certo punto, Much Adonai for Nothing, che storpia il titolo d’una commedia di Shakespeare – Much Ado for Nothing (cioè Tanto rumore per nulla) – dove la parola nulla ha un doppio senso, poiché con essa si usava indicare – all’epoca – l’organo genitale femminile.

Diceva Giovanni Paolo I che Dio non ci è solo padre, ma anche madre.

E il celebre dipinto di Courbet L’origine del mondo raffigura una vulva.

E non resta che augurarci, poiché il libero arbitrio ci è assai caro, che allorché Dio – il giorno del Giudizio o un altro giorno – si rivolgesse a noi con le parole «Figliolo, c’è una cosa che debbo dirti, io non sono tuo padre, sono tua madre», noi non dobbiamo replicare a Lei «E io non sono tuo figlio, sono una marionetta», come invece pretenderebbe il determinismo meccanicista.
Marco Palasciano

L'applauso finale a Genesis Wunderkammer. Foto di Alessandro Calamo.

martedì 19 luglio 2011

Genesis Wunderkammer: da Adamo ad Amleto tra astratto e concreto

Vado in scena. Venerdì 22 luglio, alle ore 19.00, presso Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25) l'Accademia Palasciania presenta Genesis Wunderkammer: da Adamo ad Amleto tra astratto e concreto. Ingresso libero. Di séguito la descrizione di quanto in programma, dal relativo comunicato stampa.

La sala eventi della libreria Guida Capua si trasforma in una neobarocca «camera delle meraviglie», sia pur virtuale, e nello scenario d’uno spettacolo ibrido – a ingresso gratuito – dove la fotografia d’autore fa da sfondo e motivo ispiratore al teatro di parola. Finanche parola divina: Marco Palasciano declama infatti passi dal biblico Genesi, nella prima parte della performance, e, nella seconda, dall’Amleto di William Shakespeare. Passi qua e là contaminati con frammenti d’altre scritture antiche e moderne (soprattutto moderne: a far da malta è Palasciano stesso). Nel contempo, sullo schermo si susseguono le immagini catturate e rielaborate da Salvatore De Maio, per la prima parte, e da Antonio Calamo e Vincenzo Pagliuca, per la seconda. Nell’intervallo tra le due parti si esibisce alla chitarra Antonio Faenza, con pièces trascelte dal repertorio classico.

Le immagini proposte da De Maio sono caratterizzate dall’astrazione; quelle di Calamo e Pagliuca dalla concretezza. Le prime sono, pour ainsi dire, «fotografie di pensieri»: se, per esempio, Palasciano intravede in esse un capitolo del Genesi, gli spettatori stessi sono sollecitati da De Maio a fornire una propria reinterpretazione di tali quasi reperti medianici, facendone uno specchio psicologico, per inserire infine eventualmente – in margine al dibattito post show – le rispettive intuizioni in un’urna. Le immagini di Calamo e Pagliuca sono invece tratte da un volume di cui sono coautori con Luigi Esposito, The Ghost Museum, edito dal DISCIZIA e dedicato ai locali della facoltà di Medicina Veterinaria dell’ Università di Napoli “Federico II”, abitati da meravigliosi quanto polverulenti reperti che – per l’incuria dell’uomo che pure li creò (o demiurgò, se tolti alla natura) – anziché venire collocati nelle ialine teche d’una Wunderkammer giacciono abbandonati alla deriva nel mare dell’oblio.

Sovrapposizione di fotografie di Antonio Calamo e Salvatore De Maio.

giovedì 28 aprile 2011

Due discorsi palascianiani

Ricorre oggi, 28 aprile 2011, il 150° anniversario del discorso sulla neutralità dei feriti di guerra tenuto da Ferdinando Palasciano al Congresso Internazionale dell’Accademia Pontaniana di Napoli del 1861; per maggiori dettagli vedi qui.

Intanto ieri, 27 aprile, per non essere troppo da meno dell'illustrissimo prozio, ho tenuto anch'io un discorso, sebbene rivolto non a degli accademici pontaniani bensì a dei liceali giannoniani. Nei puri cuori e nelle fresche menti dei quali, comechessia, oso sognoso sperare d'aver piantato memi tali da porre in moto una rivoluzione epistemica che entro la metà del XXI secolo disabbrutisca cap à pie i connotati spirituali della Campania e del mondo, in virtù perlomeno del mero effetto farfalla se non d'una mia eccellenza maieutica tuttora da certificare (dementia semper certa, genius nunquam). Ecco intanto qui sotto, a documento della bella matinée, una foto che mi coglie intento nella lettura di Cosmopolis di Stephen Toulmin, scattata dalla signorina M.L. durante la parte VIII della conferenza De Magna Rota Rerum Humanarum. Per saperne di più, si clicchi qua.

Aula magna del liceo classico Pietro Giannone, Caserta, 27 aprile 2011.

giovedì 21 aprile 2011

L'esperimento casertano: il palascianesimo fa il suo ingresso nella scuola pubblica

Aristotele tiene lezione agli allievi del Liceo.

O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate: sperando di non fare la fine di Socrate, accusato di corrompere i giovani, né tampoco la fine d'Ipazia, mercoledì prossimo – su gentilissimo invito di Vincenzo Casapulla, rappresentante d'istituto, che mi conobbe in occasione d'un convito letterario-musicale nel boudoir di Olga Campofreda – avrò da tenere presso il liceo Giannone di Caserta un discorso di circa tre ore sulla mia filosofia, intitolato De Magna Rota Rerum Humanarum: la sistemazione delle pratiche e dei valori umani nella Ruota palascianiana. Per saperne di più, si clicchi qua.